
Di nuovo in Italia i KILL THE VULTURES (Locust Rec), da Minneapolis, questa volta in duo: il producer Anatomy (al secolo Stephen Lewis) e l'MC Crescent Moon (Alexei Casselle), ovvero gli artefici di The Careless Flame, lo straordinario seguito del loro disco d'esordio che l'anno scorso li aveva imposti all'attenzione di pubblico e critica come miglior gruppo di out-hip hop...
"Se il riferimento più immediato è all'hip-hop deviato e contaminato di casa Anticon, dei Clouddead e dei Dalek, la caratteristica distintiva dei Kill The Vultures è di sfuggire, ascolto dopo ascolto, a facile categorizzazioni: non sarebbe una forzatura affiancarlo, sullo scaffale, ai cd di Tom Waits, degli Einstürzende Neubauten o di Miles Davis... Ritmi nervosi, scarni, quasi primordiali, fanno da sfondo a campionamenti punk e scorie industriali, sonorità vintage di stampo cool-jazz e soul-blues si intrecciano a linee vocali dai toni cupi e minacciosi
recensioni:
I Kill the Vultures hanno esordito col botto, grazie alla pubblicazione del loro omonimo primo lavoro che è stato accolto dai giudizi entusiastici della stampa specializzata, raccogliendo ricche messi di stellette e palline nelle pagine delle recensioni, e finendo spesso in copertina, come album rivelazione dell'anno. I quattro del Minnesota vengono sì dal mondo dell'hip-hop, ma i loro brani hanno qualcosa di davvero universale, perché riescono a fondere in maniera sorprendente influenze e suoni tra i più diversi. Ci sono i mood del jazz americano degli anni '40, la New York di Gershwin e la tromba di Miles Davis, il noise, l'hip-hop arrabbiato della vecchia scuola, e quello più psichedelico di stampo Anticon. Un pianoforte lontano, campionamenti blues e soul, rumori metropolitani e chitarre. Liriche furiose e ritmi nervosi per nove brani di grande intensità ed originalità.
L'album "Kill the Vultures" è un racconto noir ambientato tra i quartieri di una città disegnata a tinte forti e cupe, un viaggio attraverso atmosfere fumose e iper-notturne, illuminate all'improvviso da sprazzi di luce, calore e poesia.
“The careless flame” è comunque un disco fuori dall’ordinario; una volta partiti dal bordone di sax e dalle percussioni metalliche che aprono la cantilena ubriaca di “Moonshine”, è come entrare sul set di un film noir, dall’atmosfera perennemente piovosa e colma d’ansia per un pericolo che non sai da dove potrà arrivare.
La creatività del combo di Minneapolis è paragonabile alle pagine migliori del free jazz, e non è raro che sia proprio Coltrane a venire alla mente, quando il sax si fa unico elemento riconoscibile di una melodia dilaniata in “The spider’s eyes”, o quando si fa strada tra il fruscio dei vinili e corde orientaleggianti (“How far can a dead man walk”), o ancora nel meraviglioso contrabbasso che attraversa “The wine thief”.
Altrove il disco colpisce con durezza: “Dirty hands” è un tormento percussivo costruito su bidoni e lamiere, l’aggressività delle parole violenta un pianoforte classicheggiante (“Vermillion”), la quiete contemplativa di “Days turn into nights” viene interrotta di colpo da uno scoppio e da un basso ultradistorto e catramoso (“Strangers in the doorway”).
Per niente immediato o accomodante, “The careless flame” è l’hip-hop che recupera la sua rabbia, la propria origine bassa e meno patinata; l’eredità del free-jazz passa dalle oscurità di un gruppo di Minneapolis a maggioranza bianca: chi l’avrebbe mai detto?